giovedì 15 maggio 2014

Maria Janvier putain


                                                                         III 




Il motore fuoribordo si avviò con un rombo assordante, subito fu sparato al massimo dei giri e il gommone schizzò via velocissimo sull'acqua come fosse senza peso, in un attimo il peschereccio non si vide più e volando sulle onde col vento in faccia Maria pensò di essere finalmente salva, lei e le altre sette ragazze a bordo pensavano d'avercela fatta finalmente, che oramai più niente di brutto sarebbe potuto accadere loro, che il peggio era passato, e ridevano.  
Il pilota gli dette anche qualcosa da mangiare e da bere.  
Ad un certo punto il gommone si fermò, erano ancora in alto mare e non si vedeva la terra, il mare era una tavola, improvvisamente il pilota impugnando la pistola disse alle ragazze di spogliarsi, di levarsi tutto, qualcuna protestò ma davanti a quella pistola cedettero, sapevano che quelli c'avevano il grilletto facile. Quando furono nude il pilota le obbligò a gettarsi in acqua, e così fecero, non capivano ma ubbidirono. 
Dopo un quarto d'ora d'ammollo il pilota quasi ridendo gridò di risalire, poi distribuì a ciascuna un paio di jeans, di mutande, di ciabatte infradito e una maglietta, tutti indumenti usati ma puliti e gettò in mare i loro luridi vestiti. 
Capirono che le aveva obbligate a farsi un bagno. 
Il gommone ripartì velocissimo e in poche ore raggiunse la costa italiana, era notte fonda e le luci della terraferma erano ben visibili, ma di quale parte d'Italia si trattasse nessuna era in grado di sapere. 
Raggiunta la riva scesero dal gommone e videro che sul bagnasciuga stava un pulmino, il pilota del gommone disse loro di raggiungere il pulmino e in un baleno riprese il mare scomparendo nel buoi della notte. 
L'autista del pulmino, un italiano piccolo, tarchiato e con due baffetti sottili su un faccione dall’aspetto truce, le caricò e immediatamente partì, c'era a bordo un'autoradio che sparava musica dance a tutto volume, le ragazze in preda ad un'euforia incontenibile incominciarono seppur sedute a ballare, si muovevano a ritmo sui sedili e ridevano forte, erano contente, finalmente l'Italia! 
Sedute sui sedili muovevano i culi e le braccia a tempo di musica e ridevano, ridevano, ballavano e anche Maria, ridendo, ballando e muovendo il culo, entrava inconsapevolmente allegra e felice nel suo personalissimo inferno N°3 

Furono portate in una casa isolata in riva al mare, l'autista del pulmino disse loro che si trovavano in Sicilia ma non sapevano niente di più, nella casa dovettero fare una doccia e ripulirsi e mangiare, otto ragazze in tutto e solo in quel momento Maria realizzò che erano tutte giovani e belle, scelte tra le più belle del gruppo di disperati, il perché non se lo spiegava, solo lei aveva ancora un aspetto acerbo, ma una in particolare, una certa Juliette anche lei senegalese era veramente bella, una Venere nera la cui bellezza non era stata per niente intaccata dai disagi del viaggio, nonostante quel che aveva dovuto sopportare, una volta risistemata splendeva come una perla nera. Quando furono pronte, lavate e rivestite, l'italiano, un certo Mario disse:  
"OK, riposatevi, ma attenzione tra due ore si parte per il Nord" 
Poi rivolto a Juliette: 
"Tu vieni di la con me" indicando la stanza attigua. 
Juliette prima guardò le altre, poi l'italiano, poi ancora le altre, non sapeva cosa volesse e cosa stesse succedendo. 
Allora l'italiano estrasse dalla tasca una piccola pistola a tamburo, la puntò in faccia a Juliette e le urlò: 
"Cammina puttana!!! Vieni di la muoviti! e voi state qui, ferme! zitte! non voglio sentire volare una mosca!" 
Sparì nella stanza accanto trascinando Juliette per un braccio e chiuse sbattendo forte la porta. 
Per qualche secondo fu silenzio, poi delle urla concitate e infine solo la voce di Juliette che gridava e piangendo chiedeva di smetterla, poi le urla aumentarono di intensità finchè salirono altissime nella notte siciliana. 
Le altre ragazze rimasero ferme immobili, terrorizzate, la gioia degli attimi precedenti era scomparsa lasciando il posto di nuovo al terrore. Tutte con gli occhi bassi, ogni tanto si guardavano senza parlare, non capivano che stava succedendo o forse lo capivano anche troppo bene, Juliette stava ricevendo il benvenuto in Italia, solo che non era quello sperato. Ma possibile che stesse succedendo proprio quella cosa li? Possibile che quell'uomo potesse fare quel che gli pareva così, senza nessuna vergogna? Senza nessun controllo? E loro? Che cosa potevano fare loro? Intanto dall'altra stanza le urla di Juliette laceravano l'anima delle ragazzefinchè si attenuarono in un flebile lamento, una continua richiesta di pietà.  
Passò forse mezzora, ma sembrò un'eternità, infine la porta si riaprì, ne usci Juliette nuda coi jeans e la maglietta in mano, tremante e piangente, con evidenti segni sulla pelle delle botte ricevute, forse delle cinghiate, un rivolo di sangue le scendeva tra le cosce e, siccome nessuna pensava che fosse ancora vergine, tutte intuirono che quell'uomo le avesse fatto cose molto particolari. 
Anche l'uomo uscì e se ne andò fuori a fumarsi una sigaretta. Le altre ragazze cercarono di soccorrere come potevano Juliette, ma non c'era modo di farla smettere di piangere, era disperata, tremante e dolorante però, certamente, il dolore più grande per lei era l’umiliazione subita. 
Maria si chiese se e quando sarebbe toccato anche a lei. 
Passarono un paio d'ore e come promesso ci fu la partenza per il nord, ma non sarebbe stato un viaggio in prima classe. Dopo un breve viaggio nel pulmino, giunsero ad una stazione di servizio dove furono caricate nel rimorchio di un TIR in mezzo alla merce, c'erano mobili, imballi di vario genere e grossi contenitori di legno, trovarono sistemazione alla meglio, il portellone si chiuse e rimasero al buio in quella che doveva diventare una fornace che le avrebbe cotte a puntino. Immediatamente il TIR partì, dopo poche ore fu giorno e un po' di luce filtrava dal tetto del rimorchio, però entrava pochissima aria e la temperatura saliva sotto il sole di luglio. In breve il caldo divenne insopportabile e il senso di soffocamento terribile. Il TIR non si fermava mai, per fortuna dopo qualche ora  incontrarono un temporale estivo che portò un lieve refrigerio, poi tutto tornò come prima. 
Maria a quel punto era convinta che non sarebbe sopravvissuta, quella prova non era come le altre, questa era impossibile da superare. 
A metà giornata la temperatura all'interno del cassone era da forno, nessuna si muoveva o parlava, una dopo l'altra le ragazze persero conoscenza, però Maria svenne per ultima, la sua forte fibra a volte la faceva soffrire più degli altri. 
Furono svegliate dal rumore del portellone che si apriva, una ventata di aria fresca le investì, ma nemmeno il tempo di riprendersi che furono caricate di peso su un furgone e trasportate in Barriera di Milano, zona nord di Torino e sistemate in un alloggio all'interno di un palazzaccio risalente agli anni quaranta, interamente abitato da africani.  
Quelle erano le case che anticamente venivano affittate ai meridionali, ora erano passate agli extracomunitari. 
Maria per l'ennesima volta credette che la sua odissea fosse finalmente finita, ma in realtà non era nemmeno ancora incominciata. 
Il giorno seguente conobbe Maman Giselle una nigeriana sulla cinquantina, un donnone da centotrenta chili, sempre vestita con gli abiti tradizionali africani, Maman Giselle le spiegò con molta gentilezza che era stata scelta per fare la puttana sulle strade, che o accettava di buon grado o l'avrebbero ammazzata senza tante storie. 
Nella maggior parte dei casi le ragazze erano talmente smarrite dopo l'esperienza del viaggio, per il fatto di trovarsi in un paese straniero, per essere sole e indifese che accettavano senza fare storie, quasi tutte pur di essere lasciate in pace andavano sulla strada e ci rimanevano senza opporre troppa resistenza, a volte erano sufficienti due schiaffoni o qualche ricatto basato su vecchie superstizioni tribali, la promessa del malocchio, o la minaccia di sterminare la famiglia, tutte cose che erano più che sufficienti a convincerle, pochissime si ribellavano, ma a quelle poche era riservato un trattamento davvero speciale. 
Maria, troppo intelligente e colta per accettare una simile proposta rifiutò e cercò di ribellarsi ma senza successo, così Maman Giselle fu la prima a farle capire come stavano le cose, in pratica incominciò rifilandole una interminabile serie di schiaffoni, poi passò alla cinghia di cuoio, poi a un pesantissimo bastone, picchiava e urlava, picchiava e urlava, sembrava avesse un'energia incredibile quella donna, Maria invece era troppo debole per reagire ma non cedette, tenne duro.  
Tanto coraggio per nulla, tanto coraggio le servì solo per scendere all'inferno.. 
A quel punto vista la situazione, Maman Giselle oramai stanca di menare le mani fece una chiamata col cellulare, dopo dieci minuti arrivarono tre nigeriani e un senegalese, presero Maria e la caricarono su una macchina per portarla in una casa isolata nella zona di Mirafiori Sud, la casa dove avveniva la cosidetta "doma". 
Se per i cavalli dopo secoli di convivenza con l'uomo la doma o meglio: "abitudine alla sella" ha perso quell'aspetto cruento di un tempo per lasciare il posto ad un percorso di avvicinamento che ricorda molto di più una sorta di scuola da cui è scomparsa ogni costrizione e violenza sull'animale.  
Per le future puttane africane ribelli invecela doma è molto peggio di quel che dovevano sopportare i cavalli in epoca medievale. 
Maria fu rinchiusa in una lurida stanza all'interno di quella casa isolata e cadente, lontano da tutto e tutti. 
La casa era evidentemente abbandonata da tantissimi anni, la stanza in cui era stata rinchiusa era sporca all'inverosimile, umida, fredda, piena di animali, di topi, ragni, vermi, scarafaggi c'era di tutto, non c'era arredamento tranne un tavolo sgangherato e un vecchio materasso talmente logoro e lurido da essere  stato abbandonato anche dagli insetti, era talmente roso dall'umidità che puzzava di carogna. 
Il primo giorno fu presa da tre uomini, due africani e un italiano e stesa sul materasso poi a turno la violentarono dopodichè, finita la violenza sessuale fu picchiata selvaggiamente, furono talmente tante le botte che svenne. 
E quello era solo un primo assaggio, diciamo l'antipasto. 
La cosa fu ripetuta per una settimana, ogni giorno alla stessa ora entravano a volte in tre, a volte in quattro e la stendevano sul tavolaccio o sul materasso dove a turno la violentavano in ogni maniera possibilema di più si divertivano a sodomizzarla, quella sembrava proprio la specialità della casa che in realtà aveva come scopo primario quello di umiliare la vittima nel profondo dell'anima. A volte mentre uno la violentava un altro l'obbligavano a rapporti orali con la minaccia di un coltello alla gola.  
Però non era il coltello a farle paura era la certezza che se non si fosse sottomessa, le avrebbero sterminato la famiglia, glielo avevano promesso e sapeva che l’avrebbero fatto. 
Dopo i primi tre giorni era talmente terrorizzata che ogni qual volta sentiva aprirsi la porta si orinava addosso dalla paura. Ma la cosa più strana era che lei, nonostante oramai non opponesse più alcuna resistenza e lasciasse passivamente che le facessero qualunque cosa senza nemmeno più lamentarsiogni volta finita la violenza sessuale, la dose di pugni, calci, bastonate e cinghiate non le vaniva mai risparmiata, era diventato un rito a cui non poteva sottrarsi, prima la violenza sessuale e psicologica, poi le botte 
Il menù veniva servito ogni giorno, sempre alla stessa ora. 
Viveva il resto delle ore raggomitolata in un angolo della stanza. 
Dopo cinque giorni di trattamento era diventata un ammasso di carne sanguinolenta, il bel viso era talmente gonfio e tumefatto che non ci vedeva più e non riusciva più nemmeno a parlare e a mangiare, chi l'avesse vista così poteva scambiarla per qualunque cosa, anche un animale, difficilmente si sarebbe detto che era una giovane donna molto bella 
Giunta al settimo giorno di trattamento oramai viveva in un continuo stato semicomatoso, non ricordava più dove fosse, da quanto tempo stesse li, non si ricordava nemmeno il perchè era in quel lurido posto.  
Completamente ricoperta di sangue di escrementi e insetti di vario tipo, aspettava inconsciamente il colpo di grazia, nei momenti di lucidità che sempre più di rado squarciavano il torpore in cui fluttuava costantemente il suo cervello, Maria sperava con tutta se stessa che entrassero quegli uomini e le sparassero in testa, e pregava perché questo avvenisse in fretta, pregava perché terminasse in fretta tutto. 
Ma per fortuna quel giorno invece dei suoi aguzzini arrivò  Maman Giselle che la guardò con occhio espertopoi la fece portare in un cortile dove con un potente getto d'acqua la ripulirono e medicarono alla meglio, poi  senza rivestirla la misero su una sedia in un'altra stanza dove Maman Giselle la interrogò, solo tre parole: 
"Allora sei pronta?" 
Maria non aveva la forza di parlare, socchiuse gli occhi, con sguardo opaco guardò la Maman, riuscì con enorme fatica solo a compiere un impercettibile cenno del capo e poi svenne. 
Si svegliò nel letto della stanza al terzo piano del palazzo di Barriera di Milano dove vivevano ad altre due ragazze nere come lei, anche loro senegalesi, anche loro puttane. Le sembrava d'aver sognato se non fosse che i dolori che sentiva in tutto il corpo le confermassero che non aveva sognato, era tutto vero. Non parlò per una settimana, mangiava pochissimo e solo cibi liquidi, di notte aveva gli incubi, di giorno ogni volta che qualcuna delle ragazze apriva la porta della sua stanza se la faceva addosso, dovettero metterle il pannolone che tenne per parecchio tempo, le ci vollero un paio di mesi per riprendersi, per tre mesi non ebbe più il ciclo mestruale. 
Ma nel frattempo, in attesa che ritornasse in forma, le sue coinquiline le facevano scuola teorica di sesso a pagamento. 
Maria era giovane, sveglia e intelligente, imparò presto.  
Era finalmente finito il passaggio nell'inferno N°3 l'ultimo.
    


La coda di macchine in paziente attesa di un suo cenno, di un solo sguardo benevolo era diventata lunghissima. 
Maria aveva fatto presto a far carriera nel mondo della prostituzione, batteva e non le dispiaceva, lei era una delle pochissime elette che poteva permettersi di scegliere con chi andare e con chi no. Aveva un notevole numero di clienti affezionati e di fiducia, in fondo non le serviva farne di nuovi e se accettava un cliente nuovo era solo perché era speciale, doveva essere giovane, bello, con una bella macchina e gentile nei modi. 
A lei bastava uno sguardo per capire se un cliente nuovo aveva la dote della gentilezza, lo leggeva negli occhi degli altri. Forse perché prima aveva troppo sofferto, ora negli altri, nei suoi clienti cercava più di tutto la gentilezza. 
Quelli dell'organizzazione non facevano troppe questioni, del resto Maria era in grado di raccogliere in una sola serata, quello che altre dieci puttane non sarebbero riuscite a fare.  
Per questo la lasciavano stare, le davano tanta libertà senza sognarsi di indispettirla, perderla avrebbe voluto dire perdere una fonte di reddito ineguagliabile.  
Quelli che erano stati i suoi aguzzini ora non si sarebbero sognati di toccarla nemmeno con un dito.  
Maria non aveva una tariffa fissa, chiedeva quello che gli pareva, se le andava chiedeva tanto, oppure poco, oppure tantissimo, a volte cifre esorbitanti e nessuno, nessuno mai gli aveva detto no. 
In questo modo aveva fatto soldi, ora era molto ricca, e mandava tantissimi soldi alla famiglia in Senegal, effettivamente aveva in qualche modo raggiunto lo scopo: soldi, carriera, bella vita. Volendo poteva smettere quando voleva, aveva oramai fatto molte conoscenze, aveva agganci dappertutto, polizia, carabinieri, politici di ogni tipo e schieramento. Conosceva uomini potenti, manager, industriali, le sarebbe bastato chiedere per ottenere qualunque favore, era diventata talmente potente che avrebbe potuto smettere quando le pareva e nessuno l'avrebbe toccata, ma non lo faceva 
Poteva se voleva, andare a battere in zone signorili e lasciare quel posto infame, poteva scegliere di praticare in una casa, in un lussuoso alloggio, o magari lavorare la sera in qualche locale molto chic, ma non lo faceva, l'eccitava il fatto che uomini potentissimi e ricchissimi dovessero lasciare, inventando mille scuse per le mogli le loro lussuose, superprotette ed impenetrabili ville in collina per scendere in quelle sperdute strade di periferia solo per lei. 
Poteva tornare in Senegal e portare la sua famiglia lontano dove nessuno li avrebbe mai più trovati e vivere una vita tranquilla e serena, ma non lo faceva, e la motivazione non erano i soldi, oramai ne aveva tanti da vivere tranquilla per il resto della vita. No, non lo faceva per i soldi, lei non lasciava la strada per il potere che le arrivava proprio dalla strada.  
Maria era drogata di potere. 
Ora stava li su quel marciapiede e osservava con aria di compiacimento, quella moltitudine di macchine e uomini tutti li, uno dietro l'altro, fermi negli abitacoli delle proprie automobili, gli occhi fissi al finestrino, tutti ad aspettare un suo cenno. 
E Maria pensò:  
"Si è vero, sono una puttana, ma quante donne possono dire di avere ogni sera, ogni sera dell'anno, che sia estate o inverno non importa, migliaia di uomini che stanno in coda qui ad aspettare un mio cennouno sguardo, un si, stanno qui solo per me perché sanno benissimo che come me non ce ne sono uguali, loro vogliono solo me costi quel che costi a loro non importa, ecco, quante donne possono dire la stessa cosa?" 
E passeggiando sul marciapiede assorta in questi pensieri, la sua immagine sparì confondendosi tra le luci dei fari. 




                                                                     FINE 

5 commenti:

  1. Leggendo la prima parete di questo capitolo mi sono passate davanti agli occhi le immagini di alcune scene del film "La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore, solo alcune scene, perchè il film è tutta un'altra storia, però il momento dell'arrivo in Italia da un altro paese di belle ragazze destinato al mercato del sesso credo che sia proprio come l'hai descritto tu.
    Certo che i "cattivi" non hanno tirato il collo alla loro gallina dalle uova d'oro.. lasciando a Maria la libertà di scegliersi clienti e di fare il bello e il cattivo tempo.. però la vera libertà la conquisterà solo quando regalerà il suo talento esclusivamente all'uomo che avrà scoperto di amare..
    L'amore trionfa sempre.. o quasi..
    ;-))

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  2. Meglio accendere la luce.. ho scritto parete invece di parte..
    ;-)))

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    1. Gran bel film "La sconosciuta" me lo ricordo bene.
      Al

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  3. ..... Questa poveretta, "gode" di una libertà effimera, ovvero crede di essere libera di poter scegliere, ma direi che la scelta è: o ti prostituisci, o ti prostituisci, perchè la tua storia "seppur scritta molto bene", è un po' romanzata, perchè nella realtà nessuna di queste povere donne, può sottrarsi ai propri aguzzini, neppure se si tratta di donne bellissime, anzi a maggior ragione più sono belle e più dovranno guadagnare, e meno sarà loro possibile scappare dall'inferno.....

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  4. E' evidentemente romanzato il racconto, la gestione del racket della prostituzione ha regole del tutto diverse, oggi il business si basa sulla quantità, la regola è riempire le strade di prostitute, l'aspetto è assolutamente secondario, non interessa. Se una puttana è bella guadagnerà di più, ma se non sta alle regole l'ammazzano subito, tanto un'altra si trova sempre...
    Altro discorso è quello delle puttane di alto livello, le cosidette "escort" venute alla ribalta grazie allo psiconano, quello è un settore del tutto diverso con ampie implicazioni socioculturali e di costume.
    Al

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